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Santuario della Vergine dell'Ermitana
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Barocco Valenzano

Santuario della Vergine dell'Ermitana

Una chiesa barocca saldata al castello del Papa Luna, con cannoni e tamburi di guerra scolpiti sul portale al posto dei santi. Ecco cosa vedere al Santuario della Vergine dell'Ermitana di Peñíscola.

8 min di audioPatrona di Peñíscola

Il Santuario della Vergine dell'Ermitana fu edificato tra il 1708 e il 1714 in stile barocco valenzano, addossato direttamente al castello, in cima allo scoglio di Peñíscola. Non è una cappella isolata: i suoi tratti difensivi la integrano nel complesso fortificato, e il muro del castello templare e papale le fa letteralmente da appoggio. Lo fece costruire Sancho de Echevarría, governatore militare della piazza, come ricompensa per la fedeltà della popolazione alla causa borbonica durante la guerra di Successione spagnola.

Il dettaglio che lo tradisce sta a filo di strada. Contro l'uso di decorare i portali religiosi con motivi sacri, sui conci ai due lati della porta principale ci sono cannoni e tamburi di guerra scolpiti, e sopra il cornicione mistilineo con pinnacoli che corona la facciata campeggia lo stemma di Filippo V. Poche chiese spagnole esibiscono con tanta franchezza di essere, in realtà, un premio di guerra in pietra.

Da vedere

  • Cannoni e tamburi scolpiti — Motivi militari sui conci del portale principale
  • Stemma di Filippo V — Incorniciato dal cornicione mistilineo con pinnacoli della facciata
  • Campanile di Echevarría — Torre quadrata a due ordini con lo stemma del governatore
  • Camarín della patrona — La Mare de Déu de l'Ermitana, copia del 1953 della statua bruciata
  • Spianata delle danses — Scenario delle feste di settembre, documentate dal 1664

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In cima allo scoglio di Peñíscola, poco prima dell’ingresso al castello, c’è un edificio che rompe ogni aspettativa su che cosa debba essere un eremo. Il Santuario della Vergine dell’Ermitana — Santuari de la Mare de Déu de l’Ermitana — fu costruito tra il 1708 e il 1714, appena finita la guerra di Successione, e la sua architettura non dissimula da dove venga: facciata con stemma reale, campanile con il blasone di un governatore militare e un portale decorato con artiglieria. È barocco valenzano, sì, ma barocco di guarnigione.

La storia segreta del Santuario della Vergine dell’Ermitana concatena tre perdite e tre recuperi: una cappella precedente sparita sotto questa, un’immagine con leggenda apostolica rimasta nascosta per secoli in una grotta, e una statua bruciata nel Novecento che il paese sostituì di propria iniziativa. Per capire cosa vedere al Santuario della Vergine dell’Ermitana conviene guardare prima la pietra di fuori e poi la penombra di dentro; l’audioguida di EarGuide accompagna quel contrasto tappa per tappa.

La spianata dove balla Peñíscola

Eremo della Vergine dell'Ermitana

La prima tappa si colloca nella spianata alta accanto all’accesso al castello, a pochi passi dalla facciata, con il vento marino costante e il rumore del mare che arriva da entrambi i lati dello scoglio. È una piazza che funziona insieme come cortile di fortezza e come sagrato: la chiesa non è separata dal castello da alcuno spazio, vi si appoggia, e le sue caratteristiche chiaramente difensive la rendono un pezzo in più del complesso fortificato.

Vuota, la spianata sembra piccola. Ogni settembre smette di esserlo. La festività della Vergine dell’Ermitana si celebra l’8 settembre e le feste patronali in suo onore, documentate dal 1664, cominciano il giorno 7 e sono dichiarate Festa di Interesse Turistico Nazionale. Durante quei giorni la piazza diventa scenario delle danses: mori e cristiani, llauradores e cavallets che ballano al suono di dolçaina i tabalet, con la dolçaina che suona acuta e il colpo secco del tabalet che rimbalza tra le mura.

Non si tratta di una ricostruzione turistica. Sono coreografie di origine medievale trasmesse oralmente di generazione in generazione, che la Generalitat Valenciana ha dichiarato Bene di Interesse Culturale immateriale dopo un procedimento avviato nel 2021, e che simboleggiano la lotta tra il Bene e il Male. Come il paese si divida i ruoli, e con quale finale spettacolare si chiuda il ciclo festivo, è una delle cose che la narrazione racconta su questa stessa pietra.

Cannoni scolpiti su un portale sacro

Portale dell'Eremo dell'Ermitana

A pochi metri, davanti alla porta principale, compare la rarità che giustifica il viaggio. Sui conci ai due lati dell’accesso non ci sono santi, né angeli, né motivi vegetali: ci sono cannoni e tamburi di guerra lavorati nella pietra. È una scelta iconografica insolita in un tempio cattolico e tradisce senza giri di parole l’origine militare dell’edificio.

La facciata è coronata da un cornicione mistilineo con pinnacoli che incornicia lo stemma di Filippo V, il monarca borbonico vincitore della guerra di Successione, che volle lasciare la sua impronta nel tempio. A sinistra, il campanile — torre a pianta quadrata e due ordini — porta lo stemma di Sancho de Echevarría e un’iscrizione che ricorda come fu lui a far costruire l’eremo. Il governatore in basso, il re in alto: l’intera gerarchia scolpita sulla facciata di una chiesa di paese.

Letto così, il portale smette di essere decorativo e diventa un documento. Un governatore militare ringrazia una popolazione della sua lealtà durante un assedio, e lo fa innalzandole una chiesa che esibisce gli strumenti di quella guerra. Che cosa si stesse comprando esattamente con quel regalo, e che cosa ricevette Peñíscola in cambio della sua fedeltà, si racconta nel dettaglio davanti ai rilievi.

La vecchia cappella che pulsa sotto

Varcata la porta, la vista impiega qualche secondo ad abituarsi: si passa dalla luce accecante della spianata a una penombra fresca e raccolta, con odore di cera e pietra fredda e un’eco molto breve, da tempio piccolo. La pianta è a croce latina con una sola navata e due cappelle per lato, coro alto in controfacciata, cupola sul transetto e volte a botte con lunette che coprono navata, transetto e presbiterio.

Questo interno del Settecento non partì da zero. Fu innalzato al posto di una piccola cappella precedente accanto alla fortezza, che sostituì e che era quella che dava carattere religioso al castello. Quella cappella primitiva non si vede più, ma condiziona il luogo: il santuario occupa un punto che era da secoli lo spazio sacro dello scoglio.

C’è qui, inoltre, una tradizione da maneggiare con le pinze. Diverse fonti divulgative affermano che questo luogo accolse per un certo tempo i resti del Papa Luna. Ciò che è accertato è che Benedetto XIII morì nel castello contiguo nel 1423 e che il suo corpo rimase sepolto a Peñíscola fino al trasferimento al palazzo di famiglia di Illueca verso il 1430; la chiesa attuale è molto posteriore, cosicché la tradizione potrebbe riferirsi solo alla cappella scomparsa, e la storiografia colloca quella prima sepoltura nell’ambito del palazzo-castello senza precisare in quale cappella. Non c’è tomba da indicare, e proprio quell’assenza è il racconto che l’audioguida sviluppa al centro della navata.

L’immagine perduta due volte

Camarín della Vergine dell'Ermitana

Il percorso termina davanti al presbiterio, guardando il camarín rialzato dietro l’altare dove si venera l’immagine della Mare de Déu de l’Ermitana, patrona di Peñíscola. È il punto più raccolto dell’edificio e quello che concentra tutta la sua carica emotiva.

Secondo la tradizione locale, l’immagine fu portata nella penisola dall’apostolo Giacomo in persona. Con l’arrivo dei musulmani la statua fu nascosta in una grotta — la tradizione la colloca nel Barrio del Olivo — e rimase occulta per secoli, finché non fu recuperata dopo la conquista cristiana e tornò al culto in cima allo scoglio. È una leggenda, con tutto ciò che comporta, ma spiega perché la patrona sia qui qualcosa di più di un titolo mariano.

Il secondo atto è del Novecento e non ha nulla di leggendario: la statua precedente fu bruciata durante la guerra civile. Nel 1953, per volontà popolare, fu sostituita con una copia dell’originale, ed è quell’immagine a occupare oggi il camarín. Una figura nascosta in una grotta per secoli e perduta di nuovo seicento anni dopo, restituita all’altare dalla caparbietà dei suoi abitanti: il cerchio che la narrazione chiude davanti al camarín ha ben più filo di quanto suggerisca la calma del luogo.

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