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Wat Ratchaburana

Foto: Stefan Fussan, CC BY-SA 3.0

Cripta dell'oro reale

Audioguida Wat Ratchaburana

Ayutthaya · 4 tappe · 45 min

Un tempio reale nato nel 1424 da una doppia morte, quella di due principi caduti in duello a dorso di elefante, il cui prang nascondeva una cripta dipinta con oltre 100 chili d'oro che dei saccheggiatori fecero saltare nel 1957.

  • 45 min di audio
  • Tempio reale di Ayutthaya

Wat Ratchaburana nacque nel 1424 come tempio reale: secondo la storiografia ufficiale, il re Borommarachathirat II, detto anche Chao Sam Phraya, lo fondò per accogliere le ceneri dei suoi due fratelli maggiori, morti in un duello a dorso di elefante, anche se altre versioni delle cronache cambiano la data o il fondatore. Il suo prang a forma di pannocchia, il meglio conservato dell'isola, si erge tra quattro chedi d'angolo che rappresentano il monte Meru, con rilievi di stucco originale di garuda su naga, tra il vihara reale in rovina a est e l'ubosot a ovest.

Sotto la torre si nascondeva una cripta di tre camere sovrapposte. Nel 1957 una banda di saccheggiatori, tra cui secondo il racconto dello scandalo c'erano poliziotti che sorvegliavano il tempio, raggiunse la camera superiore prima degli archeologi, e una parte dell'oro fu venduta e non riapparve mai. Eppure lo scavo ufficiale del 1958 portò alla luce oltre 100 chili d'oro, circa 2.000 offerte, più di 100.000 tavolette votive e la spada reale della vittoria, oggi esposti nel Museo Nazionale Chao Sam Phraya.

Da vedere

  • Prang centrale — La torre meglio conservata dell'isola, con quattro chedi che disegnano il monte Meru
  • Cripta a tre camere — Murali con personaggi e caratteri cinesi quasi cancellati
  • Garuda di stucco — Rilievi originali di uccelli mitici che si avventano sui naga
  • Tesoro del 1958 — Oltre 100 chili d'oro e la spada reale Phra Saeng Khan Chai Si
  • Chedi Ai e Chedi Yi — Due chedi nel luogo del duello a dorso di elefante del 1424

Al centro dell’antica isola di Ayutthaya sorge Wat Ratchaburana (วัดราชบูรณะ), un tempio reale il cui prang, la torre a forma di pannocchia, è il meglio conservato dell’isola. All’esterno sembra una rovina come tante, di mattoni e buddha senza testa; all’interno fu uno scrigno. Sotto la torre si nascondeva una cripta di tre camere sovrapposte che custodì oro, reliquie del Buddha e più di centomila tavolette votive, finché nel 1957 una banda di saccheggiatori arrivò prima degli archeologi.

La storia di Wat Ratchaburana comincia con un duello. Nel 1424, alla morte del re Intharacha, i suoi figli Chao Ai Phraya e Chao Yi Phraya si scontrarono a dorso di elefante presso il ponte Pa Than, e morirono entrambi nel combattimento. Il fratello minore, Chao Sam Phraya, già divenuto re Borommarachathirat II, fece innalzare due chedi nel luogo del duello e fondò il tempio per accogliere le ceneri dei fratelli. Così fissa la storiografia ufficiale, basata su Damrong Rajanubhab; la versione Luang Prasoet delle cronache data il duello all’anno 786 dell’era Chula Sakarat, e altre versioni attribuiscono la fondazione a Ekathotsarot. Non c’è accordo nemmeno su a chi fosse dedicato il monumento: ai due fratelli, alla cremazione del padre Intharacha o, come sostiene il Museo Nazionale Chao Sam Phraya dopo aver studiato l’oro, alle reliquie del Buddha trovate nella camera più bassa.

L’architettura di Wat Ratchaburana si ordina su un asse est-ovest: a est, il grande vihara reale, oggi solo muri e fondamenta; al centro, il prang con i suoi quattro chedi d’angolo, immagine del monte Meru; a ovest, isolato, l’ubosot con il suo portico rialzato; e tutt’intorno, i basamenti del chiostro che cingeva la torre. Il tempio è passato per il fuoco e per l’acqua. Secondo la tradizione documentata, un venerdì sera di dicembre del 1766 scoppiò un grande incendio a Tha Sai, l’approdo della sabbia, che avanzò verso Wat Ratchaburana e Wat Mahathat e distrusse più di diecimila edifici monastici e case; quella stessa notte il futuro re Taksin fuggiva dal suo accampamento e vedeva da lontano la città illuminata dalle fiamme. Nell’autunno del 2011, le inondazioni danneggiarono gravemente il tempio.

Per sapere cosa vedere a Wat Ratchaburana, l’audioguida lo percorre in quattro tappe e 45 minuti, dal vihara reale alla cripta e di nuovo al chiostro. Il tesoro non è più qui: l’oro, la spada reale e le tavolette sono esposti nel Museo Nazionale Chao Sam Phraya, a pochi minuti a piedi, che custodisce anche una riproduzione a grandezza e colori reali dei murali del secondo livello della cripta, in piastrelle di ceramica stampate a Shiga (Giappone), perché si prevede di chiudere la cripta al pubblico per il suo progressivo deterioramento. Nel tempio resta la torre, vuota come uno scrigno aperto, e la storia che l’audioguida racconta al suo interno.

Di fronte, Wat Mahathat nascose sotto il suo prang un’altra cripta, aperta nel 1956. Un altro duello a dorso di elefante, quello di Naresuan nel 1592, è associato al grande chedi di Wat Yai Chai Mongkhon, e a nord, oltre il Khlong Sa Bua, Wat Na Phra Men è uno dei pochi templi che salvarono il loro interno nel 1767.

Una sala reale per due fratelli morti

Vihara reale

Riassunto di questa tappa

Il percorso comincia all’estremità est, nel vihara reale, la grande sala delle assemblee del tempio. Oggi ne restano solo i muri e le fondamenta: il tetto di legno a più livelli è scomparso, e nei muri senza finestre si aprono feritoie verticali di ventilazione. A ovest, in fondo, si erge il prang.

Tutto ciò che si vede da questa sala esiste per un duello. Nel 1424, alla morte del re Intharacha, i suoi figli maggiori, Chao Ai Phraya e Chao Yi Phraya, si scontrarono a dorso di elefante presso il ponte Pa Than. Entrambi caddero gravemente feriti, con la gola squarciata nello stesso istante, e morirono nel combattimento. Il fratello minore, Chao Sam Phraya, ormai re Borommarachathirat II, fondò il tempio per accogliere le loro ceneri.

Di fronte al tempio, all’incrocio tra Naresuan Road e Chikun Road, presso il ponte Pa Than, sono ancora in piedi il Chedi Ai e il Chedi Yi, due chedi di mattoni a base ottagonale che il re fece innalzare nel luogo del combattimento. Dal vihara, l’audioguida legge l’intero tempio come un memoriale e ricostruisce ciò che accadde a quell’incrocio.

Un corvo sulla cima del monte Meru

Prang centrale e chedi d'angolo

Riassunto di questa tappa

Il prang centrale si erge su uno zoccolo con sporgenze a nord e a sud a forma di ali. È la parte meglio conservata del tempio, e alla sua cella si sale per ripide scale sui lati est, nord e sud. Ai suoi quattro angoli, quattro chedi affusolati, conservati tutti, completano con la torre una rappresentazione del monte Meru, il centro del cosmo buddhista.

Nel primo corpo della torre sopravvivono rilievi di stucco originale: garuda che si avventano sui naga, altre creature mitiche e fiori di loto. Vari garuda della base hanno perso la testa. Che il resto sia ancora lì si deve in parte a un recente restauro: dopo le inondazioni dell’autunno del 2011, il Dipartimento delle Belle Arti e il progetto tedesco GRASP, con l’Università di Scienze Applicate di Colonia, consolidarono tra dicembre 2011 e il 2013 gli stucchi e le fondamenta del tempio.

Secondo la tradizione, la sommità di questa torre fu teatro di un presagio. Poco prima che Ayutthaya cadesse in mano birmana nel 1767, un corvo arrivò in volo e si infilzò da solo sulla punta del prang, e la città prese la scena come un avvertimento della propria fine. Ai piedi della scala est, l’audioguida alza lo sguardo dai garuda fino a quella sommità.

La camera fatta saltare nel 1957

Cripta del prang

Riassunto di questa tappa

Dalla cella del prang scende una stretta scala che il Dipartimento delle Belle Arti costruì nel 1958. Conduce alla cripta: tre grandi camere sovrapposte in verticale, la più bassa a livello del suolo. Quella superiore, di circa 3 metri di lato, conserva murali quasi cancellati di personaggi cinesi, con alcuni caratteri cinesi ancora leggibili. Più in basso, in una cella dove entra una sola persona, le pitture mostrano il Buddha con i suoi discepoli, alberi e uccelli, con parti dorate.

In quella camera superiore arrivò una banda di saccheggiatori il 23 settembre 1957, mentre il Dipartimento delle Belle Arti rimandava lo scavo previsto. La cronologia varia secondo la fonte: alcune collocano il saccheggio nel 1956 e altre parlano di tre notti di scavo, dal 25 al 27 settembre 1957. Il racconto dello scandalo aggiunge una svolta: tra i saccheggiatori c’erano poliziotti che sorvegliavano il tempio, e uno di loro, un agente, volle tenersi i pezzi più preziosi nella spartizione. Ubriaco, si presentò al suo commissariato vantandosi, il suo comandante lo arrestò e l’arresto trascinò con sé l’intera banda.

La polizia recuperò parte del bottino, intorno a un quinto di quanto rubato o meno, secondo lo stesso racconto. Una quantità sconosciuta di oro non riapparve mai, perché fu venduta subito a commercianti e collezionisti. Quando la cripta è aperta, l’audioguida racconta la notte del colpo nel luogo esatto in cui avvenne.

La spada e l’oro che se ne andarono

Resti del chiostro e buddha decapitati

Riassunto di questa tappa

Attorno al prang e ai suoi chedi restano i basamenti del chiostro, la galleria che li circondava, con immagini di Buddha rotte e senza testa. La cripta è vuota, e in questa ultima tappa conta ciò che ne uscì. Lo scavo ufficiale del Dipartimento delle Belle Arti, iniziato nel 1958, portò alla luce circa 2.000 offerte e più di 100 chili d’oro, tra cui due pezzi del Kashmir e tre buddha dello Sri Lanka. Le camere erano piene di più di 100.000 tavolette votive impilate con ordine, con immagini di Buddha provenienti da Thailandia, India, Birmania, Indonesia e Nepal.

Il pezzo principale è la Phra Saeng Khan Chai Si, la spada reale della vittoria, e la maggior parte dell’oro corrisponde a insegne regali del monarca. La terza camera, la più bassa, custodiva reliquie del Buddha, il che identifica il prang come reliquiario reale al centro della città. Parte delle tavolette fu venduta per finanziare il Museo Nazionale Chao Sam Phraya, intitolato al re fondatore e inaugurato il 26 dicembre 1961 per esporre il tesoro. Nel 2005 si diffuse inoltre la notizia di un elmo o corona d’oro trovato in un museo degli Stati Uniti; la sua autenticità e la sua possibile provenienza da questa cripta restano irrisolte.

Secondo la credenza popolare, il saccheggio risvegliò la maledizione dello spirito guardiano del tesoro: la spada reale emise una luce abbagliante, il cielo si fece inquietante, vari saccheggiatori persero la ragione, i negozi che acquistarono i pezzi chiusero e tutti i coinvolti ebbero una fine tragica. La storia si associa a Pu Som Fao Sap, il fantasma che custodisce tesori sepolti, e c’è chi assicura di aver visto la guardiana incatenata al modello della stupa d’oro, nella sala del museo dove si espone il tesoro. Gli stessi abitanti, interpellati nel 2013, ammettevano che i racconti erano molto esagerati, e la scena più celebre, quella di un saccheggiatore impazzito che ballò nel mercato di Hua Ro con la spada reale, contrasta con il racconto dell’arresto: la spada fu trovata appoggiata al muro della casa in cui la banda si spartiva il bottino, e quel ballo avvenne anni dopo, con una spada di scena del likay. Tra i buddha senza testa, l’audioguida chiude il percorso davanti a una torre che ha perso il suo tesoro e conserva la storia.

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