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Goa Gajah

Foto: Enrico Strocchi from Forlì, Italy, CC BY-SA 2.0

Santuario del IX secolo

Audioguida Goa Gajah

Ubud · 3 tappe · 45 min

Sotto la strada, in fondo a una conca, un volto gigante dagli occhi sporgenti apre la bocca perché si entri attraverso di essa. Nella Grotta dell'Elefante non c'è mai stato un elefante, e nello stesso burrone la Bali indù e quella buddista condividono la pietra da mille anni.

  • 45 min di audio
  • Induismo e buddismo

Goa Gajah, la Grotta dell'Elefante, si trova nel villaggio di Bedulu, nel distretto di Blahbatuh della reggenza di Gianyar, a circa 27 km da Denpasar e vicino al fiume Petanu. La grotta è datata al IX secolo, anche se il santuario nel suo insieme è attribuito al regno balinese dell'XI secolo. Nel 1365 compariva già con il nome di Lwa Gajah nel Desawarnana, il poema di corte giavanese noto anche come Nagarakretagama.

La parte più sorprendente tardò a venire alla luce. Gli archeologi olandesi riscoprirono la grotta nel 1923, ma la vasca per le abluzioni e le sue fontane rimasero sepolte fino al 1954. Gli scavi sistematici di J. L. Krijgsman, tra il 1954 e il 1979, rivelarono figure femminili che versano acqua dalle loro brocche, e dall'altra parte del burrone attendevano rilievi buddisti ritenuti più antichi della stessa grotta indù.

Da vedere

  • Bocca del gigante — Un volto dagli occhi sporgenti scolpito nella roccia, circondato da foglie, animali e figure, che funge da ingresso alla grotta
  • Ganesha e la trilingga — Il dio dalla testa di elefante nella nicchia ovest e tre lingam di Shiva su un'unica base in quella est
  • Vasca per le abluzioni — Sepolta fino al 1954, con figure femminili che versano acqua dalle loro brocche
  • Hariti — La protettrice buddista dei bambini, circondata da piccole figure, in un padiglione accanto alla grotta
  • Resti buddisti — Frammenti di stupa con sommità a forma di parasole in fondo al burrone del Tukad Pangkung

Goa Gajah, la Grotta dell’Elefante, è un santuario nascosto sotto il livello della strada a Bedulu, nella reggenza di Gianyar, a circa 27 km da Denpasar e vicino al fiume Petanu. La storia di Goa Gajah comincia nel IX secolo, la data attribuita alla grotta, anche se l’insieme del santuario è associato al regno balinese dell’XI secolo. Il suo nome circolava già nel 1365: il Desawarnana, il poema di corte giavanese noto anche come Nagarakretagama, lo cita come Lwa Gajah.

Poi venne l’oblio. Gli archeologi olandesi riscoprirono la grotta nel 1923, ma la vasca per le abluzioni e le sue fontane non riemersero fino al 1954, e gli scavi sistematici diretti da J. L. Krijgsman si protrassero fino al 1979. Il 19 ottobre 1995 Goa Gajah entrò nella lista indicativa del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, da cui fu ritirata nel 2015.

Cosa vedere a Goa Gajah si ordina in tre tappe: la discesa nella conca, la bocca scolpita del gigante con Ganesha e i lingam al suo interno, e la vasca per le abluzioni con i resti buddisti del burrone. L’architettura di Goa Gajah racconta, pietra dopo pietra, come due religioni abbiano condiviso uno stesso incavo per mille anni, e quel racconto acquista pieno senso percorrendo il luogo con l’audioguida.

Tra gli antichi santuari delle valli dei fiumi sacri figura anche il Tempio Tirta Empul, e a circa 3,1 km si trova il Santuario della Foresta Sacra delle Scimmie.

La discesa nella conca

Cima della scalinata

Riassunto di questa tappa

In cima alla scalinata, prima di scendere, il santuario non si lascia ancora vedere: si trova sotto il livello della strada, in una conca vicina al fiume Petanu. Ciò che attende in basso è un luogo con un’età difficile da abbracciare. La grotta è datata al IX secolo e l’insieme è legato al regno balinese dell’XI secolo; nel 1365 un poema della corte giavanese, il Desawarnana, lo nominava già come Lwa Gajah.

Quel nome è all’origine di un piccolo enigma, perché nessuno concorda sul perché si chiami Grotta dell’Elefante. Secondo la credenza popolare viene da Lwa Gajah, il fiume dell’elefante, come si sarebbe chiamato il Petanu nell’antico poema; altri lo attribuiscono al Ganesha dalla testa di elefante custodito all’interno, e altri ancora, semplicemente, alle dimensioni del volto scolpito all’ingresso. Qui non c’è mai stato un elefante e, tuttavia, è la Grotta dell’Elefante.

Il santuario trascorse secoli fuori dalla vista finché gli archeologi olandesi lo riscoprirono nel 1923. E anche allora una parte essenziale rimase nascosta per altri tre decenni. Che cosa si trovò dopo, e dove, lo svela la narrazione ai piedi della scalinata.

La bocca del gigante

Ingresso della grotta

Riassunto di questa tappa

Nel cortile, di fronte all’ingresso, la grotta si annuncia con un volto gigante dagli occhi sporgenti e la bocca aperta, circondato da un vortice di foglie, animali e figure scolpite. La bocca è l’ingresso stesso: per passare all’interno bisogna attraversarla. Del gigante si conserva persino un frammento della sua spada di pietra.

Dentro, la grotta disegna una T. Nella nicchia ovest siede Ganesha, il dio dalla testa di elefante; in quella est si ergono tre lingam su un’unica base, una trilingga, gli emblemi di Shiva. È l’impronta di un eremo shivaita scavato nella roccia.

Molto vicino, in un padiglione accanto alla grotta, una statua consumata di Hariti, la protettrice buddista dei bambini, appare circondata da sette piccole figure. La sua presenza accanto a un santuario di Shiva è il primo indizio che Goa Gajah custodisce più di una fede.

La vasca e l’altra fede

Vasca per le abluzioni

Riassunto di questa tappa

Accanto al sentiero che scende verso il burrone si apre la vasca per le abluzioni, una cisterna rettangolare incassata nel suolo. Sul suo muro, figure femminili versano acqua dalle brocche che reggono; le descrizioni più diffuse ne contano sette, una distrutta da un terremoto, e le identificano con i fiumi sacri dell’India. Questo complesso rimase sepolto anche dopo la riscoperta della grotta nel 1923: non tornò alla luce fino al 1954.

Quell’anno iniziarono gli scavi sistematici di J. L. Krijgsman, che si protrassero fino al 1979 e rivelarono il complesso dei bagni con le sue figure portatrici di getti d’acqua. Ciò che sembrava un santuario indù si rivelò essere solo una parte del luogo.

Dall’altra parte del burrone del Tukad Pangkung, accanto al ruscello, giacciono frammenti di stupa buddisti con sommità a forma di parasole. I rilievi buddisti del lato sud sono datati all’inizio del X secolo e ritenuti più antichi della grotta indù, e la statua di Hariti con le sue piccole figure completa il quadro. Come queste due religioni si incastrino in uno stesso incavo è la storia che l’audioguida riserva alla fine del percorso.

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