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Terrazze di Riso di Tegallalang

Foto: Philip Nalangan, CC BY 4.0

Patrimonio Unesco

Audioguida Terrazze di Riso di Tegallalang (Sawah Terasering Tegallalang)

Ubud · 3 tappe · 60 min

La scalinata verde più famosa di Bali non è una scenografia: è una macchina per distribuire l'acqua che contadini, templi e offerte tengono in funzione da circa mille anni.

  • 60 min di audio
  • Paesaggio culturale del subak

Tegallalang è un distretto della reggenza di Gianyar, a circa 10 chilometri a nord di Ubud, noto per le sue risaie a terrazze. Questi gradoni sono coltivati con il subak, il sistema cooperativo di irrigazione di Bali, nato intorno al IX secolo e citato per iscritto per la prima volta intorno all'XI secolo con la parola kasuwakara. Nel 2012 l'Unesco ha iscritto il paesaggio culturale del subak nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Dietro la cartolina c'è una rete di fede: i templi dell'acqua del subak formano una gerarchia che culmina in Pura Ulun Danu Batur, accanto al lago Batur, considerato l'origine di tutte le sorgenti e i fiumi dell'isola. Qui il riso è ritenuto un dono degli dèi, e i campi si benedicono prima di essere lavorati.

Da vedere

  • Scalinata di risaie — gradoni curvi che salgono sul versante ovest della valle
  • Canali di irrigazione — fossi di terra e pietra con paratoie di legno che ripartiscono l'acqua tra gli appezzamenti
  • Santuari di campo — piccoli altari di bambù o di pietra con offerte quotidiane agli angoli degli appezzamenti
  • Subak — sistema cooperativo di irrigazione nato intorno al IX secolo e Patrimonio Mondiale dal 2012
  • Palme da cocco — sagome sui crinali che disegnano la classica cartolina di Bali

A circa 10 chilometri a nord di Ubud, nel distretto di Tegallalang, un’intera valle si scalinata in risaie: le Terrazze di Riso di Tegallalang, in indonesiano Sawah Terasering Tegallalang, sono i gradoni più famosi di Bali e probabilmente la valle più fotografata dell’isola. Appartengono alla reggenza di Gianyar, quella che riunisce Ubud, Tegallalang e Tampaksiring e che chiamano Gumi Seni, la Terra delle Arti.

La storia delle Terrazze di Riso di Tegallalang è quella del subak, il sistema cooperativo con cui si gestisce l’acqua delle risaie balinesi. Si sviluppò intorno al IX secolo, e la sua prima menzione scritta, con la parola kasuwakara, risale all’XI secolo circa. Ogni subak raggruppa tra i 50 e i 400 contadini circa che condividono l’acqua di una stessa sorgente, e nel 2019 l’isola contava circa 1.559 subak su quasi 20.000 ettari. Il 6 luglio 2012 l’Unesco ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale il «Paesaggio culturale della provincia di Bali: il sistema subak come manifestazione della filosofia Tri Hita Karana», con 19.519,9 ettari protetti.

Cosa vedere alle Terrazze di Riso di Tegallalang si divide in tre tappe: il belvedere lungo la strada, il fondo della valle tra canali e gradoni, e il belvedere nord sulla parte alta delle terrazze. La loro architettura non è di pietra scolpita ma di terra e acqua: gradini curvi di risaia, fossi con paratoie di legno, piccoli santuari agli angoli degli appezzamenti e palme sui crinali. Percorso con l’audioguida, il paesaggio smette di essere uno sfondo per foto e si legge per ciò che è: un’opera collettiva.

A nord, il sistema subak e l’acqua sacra continuano nel Tempio Tirta Empul, accanto alla sorgente di Tampaksiring. Più vicino a Ubud, la Passeggiata sul Crinale di Campuhan offre un altro paesaggio di risaie e colline.

La cartolina che nasconde un lavoro di ingegneria

Belvedere sulla strada

Riassunto di questa tappa

Dal belvedere lungo la strada di Tegallalang, la vista si apre verso est sulla valle. Le risaie scendono in gradoni curvi sul versante ovest, e sui crinali le palme da cocco ritagliano la sagoma della classica cartolina di Bali.

Ciò che la cartolina non racconta è che quel paesaggio è stato modellato da contadini. Tegallalang fa parte della reggenza di Gianyar, la Gumi Seni o Terra delle Arti, e i suoi gradoni funzionano grazie al subak: cooperative di circa 50-400 agricoltori che si dividono l’acqua di un’unica sorgente. Come si organizza questa ripartizione è ciò che la narrazione svela con la valle davanti.

In basso, dove l’acqua si ripartisce

Nelle risaie

Riassunto di questa tappa

Sul fondo della valle, sugli argini che separano le terrazze accanto al ruscello, il subak si vede da vicino. Piccoli canali di terra e pietra, con paratoie di legno, dividono l’acqua tra gli appezzamenti, e agli angoli dei campi compaiono santuari di bambù o di pietra con le loro offerte quotidiane.

Il sistema si sviluppò intorno al IX secolo e la sua prima traccia scritta, la parola kasuwakara, risale all’XI secolo circa. Ma il subak non è solo idraulica: fa parte della cultura dei templi. I templi dell’acqua si ordinano in una gerarchia che culmina in Pura Ulun Danu Batur, accanto al lago Batur, ritenuto l’origine di tutte le sorgenti e i fiumi dell’isola. Il riso è considerato un dono degli dèi, e la gestione dell’acqua segue il Tri Hita Karana, le tre armonie: parahyangan con il divino, pawongan tra le persone e palemahan con la natura.

È una tradizione documentata che ogni subak abbia il proprio tempio e il proprio calendario di riti: l’acqua si benedice prima della semina, i santuari del campo ricevono offerte e il raccolto si porta al tempio in segno di gratitudine. Qui i campi si pregano prima di essere arati, e l’audioguida racconta quel ciclo sullo stesso terreno in cui si svolge.

L’estremità tranquilla e il verdetto del mondo

Belvedere superiore

Riassunto di questa tappa

Al belvedere nord, sopra la parte alta delle terrazze, la valle si contempla intera. Da qui si capisce la scala di ciò che il subak sostiene: nel 2019 Bali aveva circa 1.559 subak che coprivano quasi 20.000 ettari.

Il 6 luglio 2012 l’Unesco ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale il paesaggio culturale del sistema subak come manifestazione della filosofia Tri Hita Karana, con 19.519,9 ettari. Il riconoscimento non premia solo dei bei gradoni, ma una rete di templi dell’acqua guidata da Pura Ulun Danu Batur e un modo di intendere il riso come dono degli dèi. Che cosa il visitatore debba a chi lavora questi campi è la domanda con cui la narrazione chiude il percorso.

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